Pagheremo caro pagheremo tutto

17 maggio giornata mondiale contro l'omotransfobia

Giornata mondiale contro l’omotransfobia. Una libertà intollerabile per preti e fascisti.Il cardinale cattolico Bagnasco, presidente della CEI, si è scagliato contro la nuova legge sulle unioni civili, che nonostante limiti e mutilazioni, per la chiesa cattolica resta un affronto intollerabile alla sacralità della famiglia, già intaccata da matrimoni civili e possibilità di divorzio.In un paese dove i privilegi della chiesa cattolica restano enormi, la discesa in campo di Bagnasco non può stupire. In Italia una cerimonia privata come il matrimonio religioso è valida anche sul piano civile. Dal canto suo l’associazione dei notai cattolici annuncia il proprio ostruzionismo contro la nuova legge, contestando la sostenibilità economica delle pensioni di reversibilità per il coniuge sopravvissuto.Evidentemente i notai rischiano di perdere clienti. Le persone omosessuali, come gli eterosessuali che decidono di non sposarsi, spesso fanno ricorso al notai, per redigere testamenti che permettano al partner sopravvissuto di poter continuare ad abitare le casa comune e disporre dei beni del proprio compagno o compagna.La destra annuncia un referendum abrogativo di parti della normativa sulla nuova legge sulle unioni civili, che li irrita, nonostante sia una legge omofobica e discriminante. Una legge scritta per negare il matrimonio alle coppie dello stesso sesso, pur facendo qualche concessione, che il PD auspica paghi in vista della prossima tornata elettoriale.Un bel programma nella giornata dedicata alla lotta contro l’omotransfobia. Dopo la pubblicazione dei dati dell’Ires e la denuncia delle violenze subite da due ragazzi di Torino, colpevoli di non nascondere la loro relazione ai condomini.Vale la pena ricordare che il 17 maggio è diventata la giornata di lotta contro l’omotransfobia, perché era proprio un 17 maggio, quello del 1990, che l’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, decise di togliere dall’elenco delle malattie mentali l’omosessualità. Sebbene esistano ancora oggi psichiatri che stigmatizzano la “disforia” di genere, oggi “ufficialmente” le persone omosessuali e transessuali non sono più considerate malate per il proprio orientamento sessuale o la propria collocazione di genere.

Un pomeriggio militarizzato a Bruxelles

Un pomeriggio militarizzato a Bruxelles Un appello a manifestare contro la militarizzazione delle nostre vite e contro ogni potere, si chiami islamico o democratico, era stato ampiamente diffuso la scorsa settimana. L’appuntamento era stato dato per il 9 aprile in viale Stalingrad, vicino alla stazione del Midi a Bruxelles. Quel pomeriggio, la polizia ha occupato il luogo d’incontro e militarizzato un ampio perimetro attorno (fino ad Anneesens, piazza Jeu de Balles, piazza Bara e la porta di Anderlecht). All’arrivo dei primi manifestanti e fin dal dispiegamento di uno striscione proprio davanti allo sbarramento della sbirraglia, i poliziotti si avventano sui manifestanti accerchiandoli. Ne imbarcano dieci e li portano al commissariato di Anderlecht. Raggiunti poco dopo da altri 6 fermati, saranno rilasciati col contagocce durante la notte. Al commissariato, come d’abitudine, gli sbirri allungano qualche schiaffone ad alcuni recalcitranti ammanettati.Nel frattempo, altre persone che cercano di raggiungere il luogo di incontro vengono identificate dalla polizia che spiega loro che è vietato ogni raduno su ordine del borgomastro Mayeur. Verso le 19, la polizia approfitta delle forze mobilitate per fare un’altra incursione al Passage (e siamo a 3), lo spazio di lotta contro la maxi-prigione ad Anderlecht. Le compagne ed i compagni presenti vengono identificati, il posto perquisito. Un compagno viene portato via perché «ricercato» nell’ambito dell’inchiesta condotta dal giudice istruttore De Coster in relazione alla lotta contro la costruzione della maxi-prigione. Dopo una notte trascorsa al commissariato, andranno a cercarlo alcuni agenti della sezione antiterrorismo della Polizia Federale. Costoro lo portano al quartier generale in via Royale, fanno qualche tentativo per interrogarlo (il compagno rifiuterà di rispondere a qualsiasi domanda) e infine lo rilasciano.Il messaggio da parte dello Stato non poteva essere più chiaro: qualsiasi persona che osa criticare la militarizzazione in corso a Bruxelles, che rifiuta di scegliere tra due campi putridi (il califfato e lo Stato belga), che propone l’autorganizzazione e l’azione diretta come mezzi di lotta contro ogni oppressione ed ogni potere, deve aspettarsi una risposta energica.Difficile fare a meno di riflettere su alcune analogie. A Raqqa, capitale dello Stato Islamico, ogni manifestazione critica è proibita e soffocata; a Bruxelles, capitale dello Stato belga e dell’Unione Europea, ogni manifestazione critica è proibita e soffocata. A Raqqa c’è l’Isba, la polizia religiosa del califfato, capeggiata dal belga Hicham Chaib, che si accanisce contro ogni opposizione alla legge là imposta; a Bruxelles c’è semplicemente la polizia, capeggiata dal belga Vandersmissen, che si accanisce contro ogni azione in opposizione alla legge qua imposta. A Raqqa, le bombe sganciate dagli aerei occidentali non colpiscono unicamente le basi militari dei partigiani della guerra santa, ma anche gli ospedali, le banche del sangue, le scuole, la distribuzione idrica, le piazze; a Bruxelles, i kamikaze agli ordini dello Stato Islamico non colpiscono affatto le basi repressive dello Stato belga, ma si fanno esplodere nella metro e all’aeroporto. A Raqqa, ogni stampa è vietata; a Bruxelles, la stampa del mondo intero continua a esercitare pressioni sui quartieri poveri mentre la stampa belga si distingue in particolare negli ultimi tempi per il suo zelo nel mettere in atto le consegne della polizia («al fine di non nuocere alle indagini») e pubblicare, parola per parola, ciò che il governo esige. A Raqqa, distribuire un volantino, fare una scritta, aprire uno striscione che rivendica la libertà è passibile di condanna a morte; a Bruxelles, distribuire un volantino anarchico, fare una scritta contro il potere, aprire uno striscione che rivendica la libertà, può portare ad essere arrestati ed è ormai passibile di lunghe condanne in carcere per… «incitamento al terrorismo». A Raqqa, le pattuglie della Hisbah cercano di perlustrare tutta la città; a Bruxelles, le telecamere di sorveglianza perlustrano tutta la città, la polizia federale utilizza tutti i mezzi possibili (cimici, telecamere nascoste, intercettazione della posta, osservazioni, pedinamenti) per sorvegliare gli antiautoritari, e non solo.Esagerato, dite? Eppure, ogni potere ha un solo obiettivo: preservare il proprio imperio e soffocare chiunque cerchi di opporvisi. In questo, lo Stato belga e lo Stato Islamico hanno molto in comune. Ed è proprio questo che gli anarchici, i rivoluzionari e gli antiautoritari, nelle città siriane come nelle città belghe, combattono.Se a Raqqa gli attivisti rivoluzionari non chiamano più a manifestare, non è perché abbiano abbandonato la lotta contro il regime di Bashar el-Assad e il regime dello Stato Islamico. È perché lottano ormai in un altro modo, ma con altrettanta determinazione e audacia, per distruggere ciò che li opprime. Allora, se a Bruxelles…Contro ogni potere, sabotiamo la militarizzazione di Bruxelles11 aprile 2016La Cavale https://romperelerighe.noblogs.org/post/2016/04/12/un-pomeriggio-militarizzato-a-bruxelles/

Le bombe scoppiano

Le bombe scoppiano intelligenti o meno fanno morte, paura, distruzione e spengono il pensiero. La nuova era globale aveva ed ha bisogno di un nemico pubblico riconosciuto, medianizzato, terrorizzante  on-line così come il secondo dopoguerra mondiale aveva bisogno della minaccia fredda e di un pensiero da abbattere in nome di un unico pensiero  occidentale da contrapporre all'impero del male. Economisti esperti e capi di governo occidentale, e tutto il seguito mediatico popolare, avevano un unico nemico  che paralizzava la libertà delle merci e la prosperità tutti dall'altra parte del muro.  Armamenti sempre più potenti sono rimasti inutilizzati per la polvere sollevata da quel muro polverizzato dal'implosione di un impero che ha cambiato mani, e che mani, rischiando di smascherare analisi grossolane, lasciando milioni di persone, TV giornali economisti e bombe senza più il nemico.  il 17 gennaio del 1991 segna la rottura di un limite all'intervento militare "italiano" come intervento di "polizia internazionale" (Giulio Andreotti ora qualcuno ha proposto la sua canonizzazione") in cui L'italia segna la propria politica interventista a fianco delle potenze militari imperialiste negando così quell'articolo 11 della costituzione e del principio pacifista dei padri costituenti legato al prezzo da pogo pagato dall'Italia nella sua storia. La parte più sana della minoranza italiana e mondiale segnalò questo terribile associarsi al coro dei potenti, contro un nemico che, come al solito nelle politiche intrenazionali u.s.a. fino a poco tempo prima era un "amico", lì posto proprio dalla loro "intelligence" a difendere più gli interessi usa che non quelli della popolazione. Ci si sarebbe infognati in una guerra dagli esiti incerti e forse senza fine. Non sono bastate due generezaioni di presidenti usa, padre e figlio bush petrolieri e nepotisti in barba alla democrazia interna ed alle voci mondiali contrarie ad evitare un disastro. La potente macchina del consenso ancora una volta porta l'opinione "condizionata" mondiale alla politica interventista e militare. Si cercano carte da gioco umane e armi di distruzione di massa che in realtà sono proprio usate da chi le sta cercando. Mezzo milione di persone uccise direttamente e non con le bombe intelligenti fanno il seguito al coro degli interventisti. Paura, rabbia sangue saranno gli ingredienti che arriveranno ed arrivano fino a noi per contrastare quella follia con altrettanta follia. Chi fermerà questa musica?

NOEXPO

LEet’s make our expo. aLtri mondi sono possibili. Expo 2015 è una macchina di immaginario seppure inceppata, in preda alla sua stessa voracità. Dopo aver prodotto tonnellate di cemento e ingoiato miliardi, affronta la sua vera sfida: vendere la devastazione del territo- rio, la rottamazione dei diritti, la vetrina per le multinazionali agroalimentari come una promessa per il futuro e cancellare dall’orizzonte “altri mondi possibili”. La crisi morde il pianeta e mentre ai confini dell’Europa (in Ucraina in Medio Oriente, in Africa) diventa guerra, qui si tra- duce in miseria. Nel frattempo chi tiene le redini della mac- china finanziaria, chi tira le fila della produzione globale di cibo ed energia, chi detiene sterminati patrimoni immobiliari ha visto aumentare la propria ricchezza e contemporaneamente ha rafforzato la presa sulle vite di miliardi di persone. Oggi la disperazione e la ribellione sono comportamenti gemelli, ma contrapposti. Una falsa promessa serve affinché la rabbia non diventi ribellione, rimanga confinata nel privato e si sfoghi al massimo come disperazione. L’ipocrisia di Expo è quella che vediamo dappertutto. Una città che volesse guardare al futuro, comincerebbe fer- mando le mire di speculatori e palazzinari, non sfrattando mi- gliaia di persone dalle proprie case. Un paese che volesse uscire dalla miseria rifiuterebbe il debito, promuovendo il reddito di cittadinanza, non rottamerebbe scuola, sanità, tutele sul lavoro. bandirebbe le guerre e non le persone ai suoi confini: non avrebbe un cimitero nel mar Mediterraneo. Un Mediterraneo adatto alla vita sarebbe felicemente meticcio e non pieno di rancori nazionalisti e integralisti. Un mondo che volesse allontanare l’apocalisse ambientale lo farebbe rovesciando il neoliberismo, non affidando alle mul- tinazionali l’opportunità di “lavarsi la faccia” con una patina di verde... Ma sarebbe un altro mondo se scommettessimo che è possi- bile, non una favola ipocrita. Serve un pensiero globale capace di guardare con complicità alle tantissime lotte del pianeta: per la terra, la libertà, la dig- nità, l’eguaglianza nei diritti e nelle condizioni materiali. Sarà impossibile senza un agire locale fatto di solidarietà quotidiana che diventa ribellione allo stato di cose presenti, di mutuo soc- corso che diventa organizzazione, di rivendicazione che non ha il sapore dell’impotenza ma della forza di chi si batte assieme.

Pizio Fans Club

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Così si presentava negli anni novanta (si avete letto bene 90 molto prima di FB e tanti altri siti!) www.pizio.com Nel 2014 è stata pubblicata una nuova versione, che è sotto i vostri occhi, con l'intento di dare una nuova veste al sito ampliandolo per gli utenti che hanno ora la possibilità di iscriversi, pubblicare articoli, ascoltare musica, fare commenti, pubblicare e scaricare foto e altro ancora. Purtroppo la Cantina Uno per Uno non produce più alcun nettare divino, il net Nando sta faticosamente riportando in auge tale buona pratica, date un piccolo sguardo al suo lavoro:  
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      Les mutins de 1917

      Paroles et musique de Jacques Debronckart   Vous n'êtes pas aux Monuments aux MortsVous n'êtes même plus dans les mémoiresComme vos compagnons de la Mer Noire :Vous êtes morts et deux fois morts.A vos petits enfants l'on ne répèteJamais comment finit leur grand-papa :Il y a des chos's dont on ne parle pas,Mutins de mil neuf cent dix-sept Sur votre dos, les Joffre et les NivelleFaisaient carrièr' dans les états-majors,Leur humeur décidait de votre sort :Aujourd'hui qui se le rappelle ?Au lieu de s'emmerder en garnison,Au lieu de piétiner au même grade,C'était le temps béni de l'empoignade,Vous parlez d'un' belle occasion... Vous aviez fait tant d'assauts inutiles,Juste pour corser le communiqué,Vous vous sentiez tellement cocufiés,Telle'ment pris pour des imbéciles,Que vous avez voulu que ça s'arrête,Cet abattoir tenu par la patrie,Cette nationale charcuterie,Mutins de mil neuf cent dix-sept Avant l'attaque arrivaient les cercueilsEt vous coupiez votre pain sur leurs planches,Tout juste si le crêpe à votre mancheN'annonçait votre propre deuil.Par malheur, la France n'était pas prête,Se révolter lui paraissait énorme,Ell' bavait encore devant l'uniforme,Mutins de mil neuf cent dix-sept L'Histoir' vous a jetés dans ses égouts,Cachant sous les flots de ses MarseillaisesQu'un' bonne moitié de l'armée françaiseBrûlait de faire comme vous.Un jour, sortirez-vous des oubliettes ?Un jour verrons-nous gagner votre cause ?J'en doute, à voir le train où vont les chosesMutins de mil neuf cent dix-sept,Mutins de mil neuf cent dix-sept   Traduzione in Italiano I RIBELLI E I DISERTORI DEL 1917 Voi non siete sui monumenti ai Cadutie non siete neanche più nei ricordicome i vostri compagni del Mar Nero :voi siete morti, e rimorti.Ai vostri nipotini mai si ripetecom’era morto il loro nonno :ci sono cose di cui non si parla,ribelli e disertori del 1917 Sulle vostre spalle, i Joffre e i Nivellefacevano carriera negli stati maggiori,il loro umore decideva della vostra sorte :oggi, chi mai se ne ricorda ?Invece d’annoiarsi in guarnigione,invece di non avanzare mai d’un passo,era il tempo benedetto d’incazzarsi,parlavate di una bella occasione… Avevate fatto tanti assalti inutiligiusto per rimpinzare il bollettino,vi sentivati a tal punto presi per il culo,presi a tal punto per degli imbecilli,che avete voluto farla finitacon questo macello gestito dalla patria,questa macelleria nazionale,ribelli e disertori del 1917 Prima dell’attacco arrivavano le baree tagliavate il pane sulle loro assi,mancava poco che il lutto che portavate al braccionon annunciasse già la vostra propria morte.Per disgrazia la Francia non era ancora pronta,rivoltarsi le pareva davvero enorme,sbavava ancora davanti all’uniforme,ribelli e disertori del 1917 La Storia vi ha gettati nelle sue fognenascondendo a fiotti di Marsigliesiche una buona metà dell’esercito franceseardeva di fare come voi avete fatto.Uscirete un giorno dal dimenticatoio ?Vedremo un giorno vincere la vostra causa ?Ne dubito, con la piega attuale delle cose,ribelli e disertori del 1917,ribelli e disertori del 1917.     "Les mutins de 1917", scritta e incisa da Jacques Debronckart per il suo primo album del 1917, ha condiviso in Francia la stessa sorte de Le Déserteur, per il suo argomento assolutamente indigeribile e per il suo antimilitarismo. Volendo, la sua sorte è stata ancora più dura di quella riservata al capolavoro di Boris Vian: ha subito infatti una censura ufficiale da parte delle autorità francesi per 30 anni esatti. E' stato solo nel 1997, quando Debronckart era già morto da quindici anni, che Serge Utgé-Royo ha potuto reinciderla e riportarla alla luce e alla memoria nel suo album "Contrechants de la mémoire". Questa canzone parla dei ribelli e dei disertori fucilati nel 1917, durante la "Grande guerra".Logico, nei confronti di essa, lo stesso accanimento che la "Francia eterna", guerriera e a volte colonialista, ha riservato a Vian e alla sua canzone. Debronckart ha dato voce a coloro che la storia aveva non solo lasciato muti, ma anche coperto con la polvere dell'ignominia. Un atto di giustizia elementare, semplice e bella.  

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      Ciao Sindako de Roma

      Gino unica pantera ke ha resistito alla Ruberti e a tutti quello che volevano cacciarci!   grazie babbo unico Sindako de Roma.   Da sabato hai lasciato più soli migliaia di studenti e studentesse, non ke tutti quelli ke ti avevano konosciuto.   Cerkeremo di ricordati kosi felice dentro l'auletta Liberata dai CP e okkupata x tutti!      

      Napule è a vvoce de creature

      Domenica 4 gennaio 2015 muore Pino Daniele ma non per chi lo ha ascoltato e continuerà ad ascoltarlo.

      Tropical!

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      Chef

      A quattro anni dalla tua ultima passeggiata ti aspettiamo ogni giorno per l'aperitivo.
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      Francia - No vaffanculo, io non sono Charlie

      Francia - No, vaffanculo, io non sono Charlie! da non-fides.fr Questa mattina i parigini e le parigine, e attraverso loro il mondo intero, si sono svegliati in un odore macabro di polvere da sparo. Alcuni fanatici religioni, non sono i primi, non saranno gli ultimi, hanno aperto il fuoco durante la riunione settimanale della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Una dozzina di morti e dei feriti, per la maggior parte si tratta di giornalisti e caricaturisti conosciuti da tutti e regolarmente presenti sui mass media, poi due sbirri, i quali, a differenza degli altri, ricevevano un salario per farsi sparare addosso. A parte forse qualche vecchio lupo di guerra, la prima reazione suscitata da questi avvenimenti è l’empatia di fronte al terrore di questo assalto. In effetti questo attentato, che è il più sanguinoso in Francia dai tempo di quello, fascista, del treno Strasburgo-Parigi del 18 giugno 1961, durante la guerra d’Algeria, non può che provocare sgomento di fronte alla determinazione ed alla fuga in avanti dei suoi perpetratori. Lo sgomento, allo stesso modo, di fronte all’infamia religiosa che distoglie, più che mai, una buona parte dell’umanità da una vera riflessione sul mondo che la circonda. A tutto ciò, per noi anarchici e rivoluzionari, viene ad aggiungersi lo sgomento per la sempiterna unione nazionale. Quell’unione nazionale che ci tirano fuori ogni volta che gli Stati hanno bisogno di carne da cannone proletaria. Perché sono sempre gli stessi quelli a cui viene chiesto di sacrificarsi sui sentieri della gloria, per interessi che non sono i loro, come la nazione, la “pace” o la repubblica, mentre quelli che prendono le decisioni si grattano la schiena contro gli stucchi dorati dei loro palazzi. Ci hanno già giocato questo tiro cent’anni fa, nel 1914, esortandoci all’unità contri i “crucchi”, o qualche anno fa con il “caso Merah” [1], ed oggi è lo stesso. Padroni e lavoratori, prigionieri e secondini, sbirri e “delinquenti”, ricchi e poveri, tutti uniti mano nella mano per osservare il lutto nazionale. Oggi non ci sono più classi, non ci sono più barriere fra le persone e nemmeno barricate, nonostante centinaia di migliaia di persone sfilino nelle strade di tutta la Francia (e anche altrove). Ma, in fin dei conti, tutto questo serve a chi? Certamente non agli indesiderabili che popolano le strade di Parigi e del mondo. All’improvviso, il terrorismo di Stato, il terrorismo repubblicano e democratico, i terroristi del denaro versano le loro lacrime di coccodrillo e si fanno passare per i gentili; i jihadisti servono loro quest’opportunità su un vassoio che prende le proporzioni dell’universo, ad un tal punto che adesso ci manca soltanto il maresciallo [Pétain, NdT] per prendere la testa dell’organigramma. Ma oggi non si tratta di recuperare l’Alsazia e la Lorena, si tratta di “difendere i valori della laicità e della libertà d’espressione”. Tutta merda, insomma, per noi che vogliamo distruggere tutte le religioni e che rifiutiamo ogni libertà di espressione per chiunque porti una cravatta, una sottana di religioso oppure qualunque altra uniforme o titolo di nobiltà. Tutti ci vanno giù col loro piccolo commento lacrimevole; ogni partito, ogni organizzazione di ogni sponda possibile ed immaginabile, inclusi i libertari [2], ci vomita ancora il discorso trito e ritrito dei “barbari” all’assalto del “vivere insieme”. Ma cos’è precisamente un barbaro? Soffermiamoci un attimo su questo termine. Dal greco bàrbaros (“straniero”), questa parola era usata dai Greci antichi per designare le popolazioni che non appartenevano alla loro civilizzazione, definita attraverso la lingua e la religione elleniche. Il barbaro è quindi l’altro, quello che non condivide la stessa minestra oppure quello che non la mangia allo stesso tavolo. Montaigne diceva: “Chiamiamo barbarie ciò che non è nei nostri costumi”. Come abbiamo già detto altrove, noi non conosciamo barbari, conosciamo solo degli individui che sopravvivono nel seno di questa civilizzazione morbosa. Non conosciamo nessuno che sia al di fuori, conosciamo sì degli esclusi, ma essi non potrebbero essere più dentro di quanto sono già. I “barbari” di oggi sono ben lungi dall’essere fuori dalla civilizzazione, anche se per i suoi difensori può probabilmente essere rassicurante pensarlo. Esattamente come la famosa “gang dei barbari” [3] a suo tempo, essi sono dei puri prodotti della civilizzazione. Ne conoscono i codici, ne utilizzano gli strumenti, e non sono molto lontani da quelli che, ipocritamente, li fustigano. Perché non fa una gran differenza, in fondo, se gli assassini portano un’uniforme verde oppure nera, se gridano “viva la democrazia” o “Allahu akbar”, se portano una bandiera tricolore o una jihadista, se vengono sanzionati dall’opinione pubblica oppure no, se i loro massacri sono legali oppure illegali, se ci massacrano per portarci il loro Illuminismo oppure la loro oscurità. Commettendo le loro macabre gesta, si mettono tutti allo stesso livello, a partire dal momento in cui rifiutano all’individuo di realizzarsi come meglio crede. Il terrorismo non è una pratica barbara, è una pratica altamente civilizzata, la democrazia non è forse nata dal Terrore? È per questa ragione che bisogna combattere il terrore allo stesso modo della civilizzazione che lo produce e ne ha bisogno, dai “settembristi” del 1792, alle pene di prigione sterminatrici e a Daesh, oggi. Chi sono, quei porci in cravatta che mandano i loro eserciti all’assalto delle popolazioni della Repubblica Centrafricana, dell’Afghanistan e di altri luoghi e che oggi ci danno lezioni di pacifismo quando dodici persone vengono assassinate a Parigi? Sono esattamente tutti quelli che in questi giorni sfilano in TV per versare qualche lacrima a costo zero, per guadagnare o non perdere uno o due miserabili punti in più nei loro altrettanto miserabili sondaggi d’opinione. Oggi non siamo Charlie più di ieri e la morte non trasforma i nostri avversari o i nostri nemici di ieri in amici di oggi; lasciamo questa visione del mondo alle iene e agli avvoltoi. Non abbiamo l’abitudine di piangere sulle tombe dei giornalisti (anche quelli vagamente alternativi o libertari) e degli sbirri, perché è da molto tempo che abbiamo riconosciuto i media e la polizia come le due armi essenziali di questo terrorismo civilizzatore, da una parte con la fabbricazione del consenso, dall’altra con la repressione e l’imprigionamento. Ecco perché rifiutiamo di piangere dei lupi insieme ad altri lupi o anche insieme alle pecore. Quei predatori che ci esortano oggi a piangere in coro con loro, a dichiarare “Io sono Charlie”, quegli stessi predatori in giacca e cravatta che sono responsabili dell’affermarsi di gruppi e movimenti orribili come Al Quaeda e Daesh, vecchi alleati delle democrazie occidentali contro i precedenti pericoli, prima di prendere un posto di rilievo sul podio dei pericoli geostrategici d’oggi. Quegli stessi schifosi che ogni giorno, nei loro tribunali, i loro commissariati, le loro prigioni, assassinano, rinchiudono, mutilano e sequestrano quelle e quelli che non seguano il sentiero tracciato che essi ci impongono a colpi di manganello e di istruzione. Quegli stessi essere civilizzati che fanno morire ogni giorno alle loro frontiere quelle e quelli che cercano di fuggire la miseria e le guerre che provocano proprio loro, oppure i loro nemici attuali, salafisti e consorti. Quegli schifosi lì, non abbiamo nessuna voglia di vederli continuare a civilizzarci o sopprimerci, e ancora meno di fare blocco insieme a loro. Perché è contro di loro che vogliamo fare blocco, contro di loro e tutti quelli che, con diversi pretesti, religiosi, politici, comunitaristi, interclassisti, civilizzatori e nazionalisti, non ci vedono che come pedine da piazzare, da sacrificare, su una scacchiera immonda ed assurda. È una buona idea, oggi come ieri e come domani, ricordare le parole di Rudolf Rocker, quando affermava che “gli Stati nazionali sono in pratica organizzazioni di Chiese politiche; la cosiddetta “coscienza nazionale” non è innata nell’uomo, ma è costruita in lui da un deliberato addestramento. È un concetto religioso per cui si è francese o germanico o italiano allo stesso modo che si è cattolico o protestante o ebreo” [4] . Ciononostante, non si tratta di sminuire il pericolo rappresentato da quei pazzi di Allah, questi innamorati dell’auto-sottomissione e del masochismo morale. E se oggi siamo completamente superati dalla loro capacità di reclutare un po’ dappertutto per andare a farsi saltare in aria a destra e a sinistra, bisognerà porsi delle domande a questo proposito, per uscire dall’incomprensione. Ciò senza cedere alle sirene di quelli che vogliono dividerci ancor di più, generalizzando a partire da un’infima parte dei mussulmani, senza cedere cioè alla stigmatizzazione di tutta una popolazione, per arrivare al preteso “scontro di civilizzazioni” che li fa tanto sognare, concretamente la guerra civile, delle cui conseguenze possibili per noi tutti probabilmente non si rendono conto. E cosa dire di quell’uomo delle pulizie crivellato di pallottole, giustiziato freddamente, che non aveva chiesto niente a nessuno? Chi se ne preoccupa? Probabilmente non aveva un’utenza Twitter, probabilmente non aveva degli agganci all’interno dello spettacolo moderno, non aveva un nome, una faccia, nessun amico che lo pianga in televisione. Non era Charlie. Non è che un danno collaterale di qualche folle di dio dal grilletto illuminato, come tanti altri, di questi tempi, come i milioni di vittime collaterali degli Stati, attraverso il mondo. È a lui che vanno i nostri pensieri questa sera. Una cosa è sicura, non c’è nulla da scegliere fra la peste ed il colera, fra un qualunque dio con i suoi profeti sgozzatori, crocifissi o massacratori e un qualunque Stato di merda con i suoi sbirri ed i suoi militari assassini. Rifiuteremo ancora, e sempre, l’ingiunzione a scegliere fra diverse forme di schiavitù e di sottomissione. La scelta che vogliamo fare non potrà venire che da noi stessi ed è quella della libertà. In questa epoca di disperazione, di fronte alla pseudo “unità nazionale”, di fronte alla guerra civile, alle jihad dei fanatici e alle “guerre pulite” degli Stati, dobbiamo riportare la guerra sociale al centro dello scenario, fino a che lo scenario bruci. 7 gennaio 2015, Alcun* anarchic*

      L'anno del cazzaro

      Articolo pubblicato su carmilla@online    Matteo Renzi è davvero come uno smartphone: dopo neanche un anno la batteria è già bollita. Il reale bilancio del suo governo è identico a quelli dei precedenti governi Monti e Letta: meno lavoro, più tasse. Tutto il resto è solo facciata. Solo una pericolante catasta di promesse sempre più assurde e scadenze sempre più distanti, come le Olimpiadi del 2024 (!), una penosa sceneggiata fatta di slogan da televendita di frullaminchiate, pose ridicole da capoclasse, e battute da terza elementare su gufi, gattopardi, coccodrilli, canguri, sciacalli, liocorni, e facce da serpente. Matteo Renzi è un cazzaro, e neanche uno dei migliori. È il mago Casanova della politica italiana, ed è arrivato alla sconocchiata poltrona che occupa solo perché in tempi di crisi a chi gestisce davvero il potere politico-economico non interessa più occuparla direttamente, e preferisce piazzarci un prestanome, o meglio un prestaculo che ci si bruci le chiappe al suo posto. Gli italiani si sono stancati presto della sobrietà, per tenerli buoni l’esangue Letta andava sostituito con qualcuno che ricominciasse a raccontargli le loro balle preferite: meno tasse per tutti, il Senato è un doppione, l’Italia è un grande paese, possiamo farcela se solo diamo agli imprenditori la possibilità di cacciare i fannulloni e assumere TE. Contrapposte dai media alle quartine millenariste di Casaleggio, le slide renziane sono sembrate a molti italiani persino moderne. Napolitano ha gestito da Camerlengo il turnover Letta – Renzi come aveva fatto coi due precedenti. Questa è la funzione rimasta al presidente della repubblica nell’Italia post-democratica commissariata dall’UE: garantire che a prescindere dal risultato delle elezioni, e dei congressi dei partiti, il governo conseguente continui comunque a seguire le direttive BCE. Infatti per il successore di Napolitano si fa il nome di Padoan, ministro dell’Economia, e resta in ballo anche quello di Prodi, nonostante ai berlusconiani faccia lo stesso effetto che fa il nome di Frau Blücher ai cavalli. Il dopo-Napolitano potrebbe però diventare il dopo-Renzi. Il Piccolo Cazzaro Fiorentino non s’è arrampicato in cima da solo come narra la leggenda, c’è stato installato come una batteria di ricambio, che dopo neanche un anno è già bollita. L’anno del Cazzaro è agli sgoccioli. La mezzanotte s’avvicina. Cosa succederà ai renziani quando il carro del vincitore sul quale sono saltati si ri-trasformerà in una zucca?

      Rete libera e democratica? Falso!

      Articolo pubblicato su carmilla@online  La Rete è libera e democratica? Falso!, Laterza, Bari 2014, pp.110, € 9,00 Quando i posteri tracceranno la storia della cultura umana a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo, dovranno fare i conti con un meteorite talmente grande e devastante che non sapranno neppure stabilire se ci abbia colpito oppure semplicemente inghiottito: la Rete. Mai nella nostra storia tutto è cambiato così vertiginosamente e irreversibilmente. L’accelerazione è stata tale che non ci siamo ancora accorti in pieno della sua portata: non è stata solo un’accelerazione dell’oggetto, quanto del soggetto conoscente e della sua capacità cognitiva (mutata fino alla fisicità stessa del cervello, come ipotizza Nicholas Carr nel suo The Shallows). Le conseguenze di questa accelerazione sono talmente oscure che, nel buio che ci avvolge, risulta provvidenziale qualsiasi cerino. E particolarmente illuminante è la fiaccola della riflessione portata avanti dall’identità plurale chiamata Ippolita, un gruppo di ricerca che agisce in rete dal 2005 e che rifiuta il posizionamento classico dell’autore individuale per approdare a una riflessione collettiva. Il loro nuovo libro è uscito per i tipi della Laterza nella collana “Falso”, un’iniziativa editoriale che sin dal titolo si propone popperianamente di smentire, falsificare e decostruire. La coerenza è virtù ammirevole negli individui, figuriamoci nei collettivi, e a Ippolita va riconosciuto il merito di diffondere con coerenza da oltre dieci anni del salubre scetticismo contro i miti fondanti di questo nostro evo tecnologico. La tecnocrazia digitale, Google, Facebook: una sequenza necessaria di bersagli in Open non è free (2005), poi Luci e ombre di Google (2009) e infine Nell’acquario di Facebook (2012). La critica di Ippolita – che nasce nell’humus della scena hacker italiana, quindi con atteggiamento tutt’altro che tecnofobico – sovrasta intellettualmente sia il luddismo qualunquista degli ultimi anni che l’attuale moda del pessimismo di ritorno sui social. Quest’ultima si configura come un’istintiva, ragionevole allergia alla “colonna di destra di repubblica.it”, con i cani che suonano Beethoven a colpi di stomaco e i fantomatici #popolidellarete ansiosi di schierarsi sulle posizioni dell’editore in cambio di qualche minuto in homepage. Una salutare repulsione per chi invoca fondi per la ricerca scientifica a colpi di secchiate d’acqua gelida sul pube, per quelle distese caprine di piedi su spiagge assolate, per quelli frasi di Wilde ricondivise milioni di volte ma che mai e poi mai il povero Oscar si sarebbe sognato di pronunciare. Duole ammetterlo: la Rete è un posto terribilmente meno interessante da quando ci sono finiti dentro tutti. Non troverete questo scetticismo di pancia in Ippolita, ma uno scetticismo autentico, epistemologico. Nel labirinto della Rete, Ippolita insegue l’umano. Mentre la maggioranza dei libri sull’argomento, persino quelli più interessanti, condividono una impostazione giornalistica e sociale, l’indagine di Ippolita predilige l’argomento strettamente filosofico. Canetti e Wittgenstein sono spesso citati, Mozorov, Castells e McAfee mai. L’analisi di Ippolita si basa su tre argomenti: ontologico, epistemologico e storico-geopolitico. La forma particolare di questa collana di pamphlet Laterza, con una tesi precisa da smontare in un numero ridotto di pagine, si presta particolarmente alle argomentazioni del collettivo, che risultano precise al limite della stilettata. L’unica obiezione che si può muovere a Ippolita è a volte l’assenza di discernimento tra i papisti e il Papa. Faccio un esempio: sono certo che nessuno dentro Google, e probabilmente nessuno al di fuori di Wired, abbia mai fatto dell’algorimo di Google un idolo religioso. Google è piena, in proporzioni variabili a seconda delle country, di über-nerd e azzimati markettari, non certo di metafisici. L’unica correttezza che l’algoritmo può garantire è quella su input e output, l’unico modo in cui un algoritmo può essere migliore di un altro che risolve lo stesso problema è sui tempi di esecuzioni, (O(n), O(log n), etc.) e sull’occupazione di memoria. Ma correttezza non è “verità” (non in senso metafisico), e migliore non vuole dire “buono” (non in senso morale). L’essenza della realtà è un concetto decisamente poco interessante per un informatico, che al più si preoccupa di modellizzarla in maniera funzionale. Il Page Rank è una buona approssimazione della realtà, per lo stato attuale della tecnologia, e probabilmente la gente non si rivolge a Google per avere la risposta ultima sul senso della vita, ma solo per trovare una pagina di previsioni del tempo attendibili che non venda Cialis. Se confondiamo la propaganda delle corporate identity (asserzione del marketing, disciplina del tutto priva di statuto epistemologico) con una affermazione ontologica, vuol dire che stiamo riconoscendo al marketing una dignità ben superiore ai suoi meriti, e questo è un errore che Ippolita si guarda bene dal commettere. Un altro esempio: in quasi tutte le analisi si tace sul fatto che le piattaforme social sono state create con l’obiettivo del profitto, non con l’idea di creare un contesto democratico globale di dibattito interculturale. Sostenere, quindi, che le esperienze degli utenti, estremamente soggettive ed eterogenee fra loro, siano “essenzialmente” libere e democratiche, costituisce un’ulteriore fallacia ontologica che presuppone che gli strumenti forniti gratuitamente agli utenti dagli intermediari digitali siano “per natura” liberi e democratici. Parlare di democrazia digitale senza parlare delle strutture della disuguaglianza digitale e sociale dimostra quanto poco i rivoluzionari del doppio click abbiano compreso. Il libro colpisce in pieno lo zeitgeist riassumibile nel sillogismo: a) La Rete è Google. b) Google è libero e democratico. ergo c) La Rete è libera e democratica. Anche se forse, al nome di Google, andrebbe sostituito quello dell’imprenditoria digitale espressa dalla Silicon Valley. Google non è poi molto diversa da numerose altre espressioni del capitalismo californiano: ha solo avuto più soldi, più tempismo e forse sviluppatori più competenti. In questo libro si registra un’evidente preponderanza della pars destruens sulla construens. Grazie alla coerenza che proviene dalla militanza, Ippolita individua con precisione le sagome degli idoli da demolire. Ma fortunatamente per noi, nella Rete c’è molto di buono che merita di essere salvato. Capire cosa salvare è il miglior antidoto contro qualsiasi futura tentazione grillina o tecnoutopica, ed è l’auspicio che posso fare per le future riflessioni di Ippolita. Rete libera, democratica, gratuita, trasparente e imparziale? No! è un articolo pubblicato su Carmilla on line ®.

      Cantina Uno per Uno vecchi ricordi

        Cantina Uno per Uno anni ruggenti! Enzuccio e Nando che ballano sulle uve con il Sekko, Toto e Chef (non visibile) che guardano divertiti anno 1995.  

      Daje kapità 2⃣⚽️⚽️

        Unico grande kapitano ⚽️ E sono due! ⚽️⚽️    

      Tottering! ⚽️⚽️⚽️

      Daje capita'    

      Slim & Ettore 1993

        Festa di laurea Web Master 1993 Rosko's camp   Ettore & Slim dancing